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Gianpaolo Carbonetto

gianpaolo-carbonettoGiornalista

Poche cose sono più indigeste per la mente umane delle leggi che non si sentono giuste e la legge Fini-Giovanardi è una legge autoritaria, irrazionale e antiscientifica perché rispolvera il proibizionismo, naviga tra contraddizioni profonde, non distingue tra droga leggera e pesante. L’unico merito che ha è quello di ricordarci costantemente chi sono in realtà i due firmatari. Se a questa serata si è arrivati la colpa non va attribuita alla magistratura che, come sempre, non fa che applicare una legge, ma alla legge stessa.

Vorrei dire mille cose, ma scelgo di soffermarmi su una soltanto mettendo in parallelo il rapporto tra la cultura giamaicana e la ganja, e quello della cultura friulana con l’alcool. Perché è indubbio che il consumo di bevande alcoliche è stato ed è, sia pure in forme differenti, parte importante del vivere in questa regione. E non soltanto tra le classi più disagiate, ma anche nelle cosiddette classi elevate. A dimostrare che l’alcol non è visto soltanto come rifugio nello scappare da una vita insopportabile, o come ricerca di momentaneo benessere, ma anche come vero e proprio status symbol. E, proprio come la ganja in Giamaica, anche l’alcol è entrato nella farmacopea popolare friulana che gli ha attribuito capacità terapeutiche in molti casi inesistenti o almeno esagerate. Ma, d’altro canto, anche tante medicine approvate e vendute in farmacia tanto bene non fanno.

Ma l’alcol è del tutto diverso dalla ganja: non pretende di elevare il distacco tra sacro e profano, non induce alla meditazione, non rilassa, né porta benessere. L’alcol, usato in quantità smodate, porta soltanto all’abbruttimento. E non dimentichiamo anche che in Italia, a fronte di nessun morto per l’uso di cannabis e di alcune centinaia di morti per droghe pesanti, ogni anno si contano decine di migliaia di vittime causati dall’abuso di bevande alcoliche e che si ritiene che circa due terzi dei decessi della nostra regione siano da addebitarsi direttamente o indirettamente al consumo smodato di alcol: per cirrosi, tumori, incidenti automobilistici che coinvolgono, tra l’altro, anche persone del tutto sobrie.

Eppure contro l’alcol non si fa praticamente nulla, se non blande campagne che hanno sicuramente un impatto minore rispetto ai più o meno sottili, più o meno espliciti inviti al bere. E sono campagne che insistono sulle minacce e sullo spavento. Mai sulla cultura e sul suo cambiamento; magari sul bere bene, ma bere poco. Questo comportamento deriva forse da un rispetto per la cultura locale? Ma figuriamoci. Anzi, è proprio il mancato rispetto della cultura locale – che in realtà con l’alcol ha ben poco a che fare – che induce a fare così.

Perché non si tratta di una valutazione culturale, bensì di una vocazione impositiva e repressiva. Impositiva perché, visto che il fenomeno non è arginabile, lo si tassa pesantemente per guadagnare mentre si fa finta di condannare. Repressiva perché per le cose nuove, non già praticate, si preferisce proibire comunque più che capire. Anche perché capire comporta molta più fatica che proibire dall’alto della propria autorità.

D’altro canto in uno stato che vorrebbe proibire l’ingresso di altri uomini soltanto perché hanno la pelle di colore diverso, oppure hanno un’altra religione, e che comunque li ha resi delinquenti per legge solo per il fatto di essere arrivati qui da noi per cercare di sopravvivere, la cosa è perfettamente comprensibile.

La speranza è che prima o dopo si riesca ad avere un governo che cancelli questa legge e che, quindi, quella di questa sera sia soltanto un arrivederci. Per rivedere tutti questi artisti, ma anche un po’ più di democrazia.

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